Diario di un prof in pandemia

 Diario di un prof in pandemia
21 Aprile

Si torna a parlare di riapertura delle scuole al 100%. Questa volta, posso intervenire da protagonista poiché, da qualche mese, sto accompagnando una classe dell’Istituto Tecnico Economico agli esami di maturità e altre tre classi agli scrutini.

Non stupisce il fatto che si siano riaccese le polemiche sulla modalità di riapertura delle scuole: restano parzialmente irrisolti i nodi sul sovraffollamento dei trasporti e sulla sicurezza.

La maggior perplessità personale riguarda il fatto che scuola aperta al 50% non significhi soltanto che il 50% degli studenti vada a scuola, ma anche che le singole classi, quando presenti, lo siano con il 100% degli effettivi.

Un docente, da solo, ben difficilmente potrebbe trovare una strategia per insegnare contemporaneamente al 50% della classe in DAD e all’altro 50% in presenza.
Senza contare le difficoltà, già riscontrate in didattica a distanza, con gli alunni aventi un disturbo di attenzione o particolari necessità educative (BES, DSA…).

Quando una classe è in turno presenza a scuola, lo fa sempre con il 100% dei suoi componenti. L’aula, pur con i banchi distanziati, contiene tutti i 20/25 studenti della classe oltre agli insegnanti, pertanto, se piccola, si rischierebbe in termini di sicurezza.
In altre parole, il problema di riapertura delle scuole al 100% sarebbe un problema logistico o di maggior affollamento dei plessi scolastici e non di densità nelle singole classi che, anche in didattica al 50%, risultano già piene.

Nel momento in cui scrivo, sindacati e scuole stanno muovendo numerose obiezioni all’iniziativa. Potrebbe risultare decisiva la conferenza Stato-Regioni prevista oggi per le 17.

Eppure, la riapertura è necessaria. In un Paese che non voglia rinunciare alle vacanze estive, occorre garantire ai ragazzi almeno un mese in cui i loro sforzi possano essere adeguatamente valutati.
In DAD, questo non è facile, per ovvie ragioni.

Vi racconto la mia esperienza

Dopo circa due mesi d’insegnamento come supplente, tra mascherine e didattica a distanza, non sono riuscito a conoscere singolarmente gli studenti e non riesco tuttora a riconoscerli, soprattutto i più introversi o quelli più silenziosi. Diventa, dunque, difficile esprimere serenamente un giudizio, per chi, come me, si trova a sostituire temporaneamente il professore titolare.

Il voto risultante dal compito scritto non è totalmente affidabile. Si assiste al paradosso in cui chi ha fatto da solo potrebbe avere un voto più basso di chi ha copiato. E chi ha copiato viene facilmente individuato solo con una interrogazione orale. Ma gli orali procedono a rilento, tra la necessità di re-interrogare chi vuole recuperare e quella di ultimare il programma. A ciò si aggiunga il fatto che non è pervenuta nessuna indicazione dal Ministero su uno snellimento dei programmi, spesso inutilmente lunghi e sovrabbondanti.

Infine, come capire se le gravi lacune riscontrate sin dal mio arrivo nelle classi affidatemi (soprattutto in analisi e algebra) siano dovute a due anni scolastici gravemente compromessi o alla mancanza di volontà dell’alunno?

In ogni caso, per buona parte degli studenti si tratta di due anni da ripetere. A meno che non si decida di procedere a una moratoria di massa. Cosa che consegnerebbe alle università e al futuro del nostro Paese la generazione meno preparata di sempre.
Proprio per questo, ribadisco, è necessario un mese di tempo per poter serenamente giudicare i ragazzi e assisterli nell’ultimo dei loro sforzi prima delle vacanze estive.

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